project451

Cose

In Senza categoria on 7 maggio 2013 at 22:49


capre

Ci sono cose che non si devono dire. Altre che non si possono fare. Molte che si devono dire e moltissime che si devono fare. Ci sono cose che si devono fare bene, subito, senza discutere, senza dubitare. Altre che invece si devono evitare, passi falsi che bisogna prevedere, con largo anticipo, cercando di pestare meno piedi possibile. Cercando di avanzare, senza tagliare troppe teste, senza che la tua venga graziosamente strappata dalla corte di soldatini e galline che non aspettano altro che vederti sanguinare dal culo, trafitto dal palo della tua stessa cazzata. Quindi, nell’ordine, pensare, stare male, pensare, riflettere, pesare. E poi attendere, avere molti dubbi, e poi, forse, agire. Valutando tutte le variabili intervenienti, i culi che non si devono scomodare, gli inchini che probabilmente non si era pensato di fare. Ma che comunque vanno fatti, perché se vuoi una cosa, nonostante la cosa sia chiaramente un tuo sacrosanto diritto di merda, bisogna attendere. Studiare il nemico, osservare le sue mosse e conquistarlo, come farebbe un cane con la ruota della macchina che ha deciso di onorare con il suo santo schizzetto di piscio. E poi ancora, schizzare a destra, poi a manca, ricoprire il nemico di una pioggia dorata di stronzate e bugie, però dette bene, con stile. Che mica si possa pensare che sei il primo sprovveduto venuto dal nulla, minuscolo parvenue che dal suo pezzo di nulla vuole farsi spazio nel mondo dei grandi pallonari. Che mica si possa dire che non hai rispettato la prassi, e men che meno che tu non abbia studiato la teoria, adorando sinceramente quello che in quel che rimane di te stesso sai bene essere il più viscido dei comportamenti.

Ci sono cose che forse forse è meglio non sottolineare, concetti che diosanto è meglio non stressare. Aspetti da smussare, tocchetti di merda da digerire, aspettando che al contatto con la tua trachea il disgustoso resto intestinale di qualcun altro si trasformi magicamente nel più goloso dei dolciumi. Perché poi non è tanto male, non è poi la cosa peggiore del mondo, considerando la situazione di profonda e irrisolvibile crisi all’interno del quale noi tutti, povere animelle senza futuro, siamo costretti a sguazzare. Tocca aspettare, tocca stare buoni, accucciati, nascosti nelle smagliature di una montagna di sabbia. Schiacciati dal peso, soffocando tra i granelli. Stando attenti a non muoversi troppo, troppo poco. Cercando di non respirare troppo forte. Che non si dica che lo spostamento di vento provocato dall’emissione colposa di quella tua scoreggia irrispettosa abbia fatto crollare la meravigliosa, magnifica, cazzodavverofortissima costruzione che noi tutti, sì tutti, amiamo. Ci sono quindi cose che è meglio preservare. Meccanismi molto più facili da oliare che da inceppare. Sorrisi che è meglio fare, mani che è meglio baciare. Perché la rivoluzione non piace a nessuno, che poi si fa casino, salta tutto e tutto quel cazzo di tempo passato ad ungere, ungendoti, ungendoci non è giusto che sia sprecato. Così nel vuoto. Ma stai scherzando ? Ma che, sei matto? Che c’è una fila prima di te che inizia qui e finisce dopodomani, testa di cazzo. Ci sono cose che non solo è meglio non dire, ma che, ti dirò è meglio non pensare. Ma neanche immaginare. Che poi si fa peccato, contro di lui, contro di lei, contro noi tutti. I tuoi pari, i tuoi dispari, i nemici e – cosa peggiore – persino gli amici. Ci sono cose che è meglio non dare, perché poi sta male, e poi non se lo meritano. Tu dai dai, loro lì zitti a prendere, arraffare, fagocitando tutto come porci nella porcilaia. Grufolando col grugno tra gesti sprecati di inaspettata generosità. Che non possono capire, non capiscono e non capiranno mai.

Però ci sono momenti che sarebbe meglio non sprecare, attimi in cui forse varrebbe la pena di agire, invece di aspettare come cani il momento migliore per leccare, mordere e guaire.

– Project451 –

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La casa

In Senza categoria on 3 maggio 2013 at 09:26

Casa

Il primo di una serie di racconti brevi, influenzati un po’ da Carver, e per questo ringrazio il buon Vito che in materia letteraria ne sa una più del diavolaccio. 

-Mattia-

La casa

Il Mondo Nuovo di Aldous Huxley

In Senza categoria on 21 agosto 2012 at 10:42

Trai miti cosmologici più affascinanti dell’immaginario greco classico spicca il mito di Prometeo. Gli antichi elaborarono questa leggenda per spiegare, attraverso la sintesi e il fascino dell’azione narrata, l’origine dell’uomo, o meglio della problematica e dolorosa esistenza dell’uomo sulla terra. La storia è ben nota: al momento della costituzione del cosmo, della divisione di questo tra gli dei e gli uomini, Zeus lancia una contesa per decidere quale parte dell’universo assegnare agli dei e quale agli uomini. Si tratta di scegliere tra due ammassi di carne animale: a chi, tra gli dei e gli uomini, capiteranno i pezzi più pregiati, spetteranno, corrispondentemente, la parte di universo e la vita migliori. É a questo punto che interviene Prometeo, figlio del titano Giapeto e dell’oceanina Climene. Credendo infatti di aiutare gli uomini, tende un inganno a Zeus riuscendo ad indirizzare la scelta degli dei su un ammasso di carni e ossa immangiabile. Un tale atto di tracotanza non può non far infuriare il signore dell’Olimpo, il quale per punire la stirpe degli uomini cessa di concedere loro il fuoco che proviene dal cielo con il quale essi si scaldano e, soprattutto, fanno cuocere gli alimenti. D’ora in poi inoltre, come seconda punizione, i frutti cesseranno di presentarsi spontaneamente agli uomini in ogni stagione, i semi saranno sepolti all’interno della terra e l’uomo dovrà lavorare per ricavarne alimenti mangiabili: l’apparizione del lavoro segna definitivamente l’uscita dell’uomo dal mondo paradisiaco. Prometeo, l’eroe ribelle, amico dell’uomo, si macchia allora di un altro crimine dinanzi a Zeus: ruba agli dei il fuoco per restituirlo agli uomini. L’ira di Zeus non tarda a manifestarsi sia contro il mondo umano che contro Prometeo. Sulla terra invierà Pandora, dispensatrice di tutti i mali e i dolori che affliggono l’uomo, Prometeo sarà incatenato ad una montagna e un’ aquila gigantesca gli divorerà ogni giorno il fegato. Il mito di Prometeo si presenta come un’eziologia della tragicità della vita dell’uomo. L’esistenza propriamente umana nasce con il dolore e la sofferenza, ma nello stesso tempo l’azione di Prometeo ne prefigura la salvezza. Con il dono del fuoco Prometeo rende l’uomo un artigiano, un plasmatore del mondo: il dolore e la privazione sono superabili attraverso la creazione manuale e intellettuale, attraverso la spinta a farsi padrone e dominatore di una realtà ostile. É in questo confronto, in questa battaglia, nella quale è nato, che l’uomo può superare per un momento la sua mortalità e partecipare della condizione divina, lavorando il caos, il disordine, il quale si presenta come elemento necessario per il dispiegarsi delle facoltà ordinatrici dell’uomo, del suo potere di creazione sulla realtà esterna e su se stesso. É nel cercare di ordinare il disordine, nel tentare di dominarlo con le armi della razionalità e della sensibilità che l’uomo attribuisce valore e senso al suo essere-nel mondo: solo in questo modo potrà scoprirsi faber suae fortunae. La verità è nella relazione, diceva Parmenide, la verità intesa come valore propulsivo, che permette di motivare, almeno in parte, la nostra esistenza, è nella relazione, nella dialettica ordine/disordine, essere/non-essere: è nel piacere e nella soddisfazione che derivano all’uomo, e solo all’uomo, dal poter plasmare la realtà secondo la sua idea di ordine, dal poter affrontare con le sue personali armi e secondo il suo codice di comportamento il duello con tutto ciò che di volta in volta perturba e sconvolge la sua dimensione individuale e sociale. Annullare l’antitesi, l’antagonismo e la tensione tra le due forze, tra la problematicità del reale e il tentativo di chiarirla, significherebbe prosciugare all’uomo la fonte del suo orgoglio, della sua dignità e libertà.

In “The Brave New World”, pubblicato nel 1932, Huxley prefigura una società in cui qualsiasi elemento entropico, foriero di disordine e instabilità è assente, il cui volto è mutato e forgiato dalla scienza e dalla tecnologia: una società pianificata in nome del razionalismo produttivistico dove, come all’interno di una fabbrica, ogni elemento ha la sua ragion d’essere in vista della massima efficienza e le cui parole d’ordine sono “programma” e “organizzazione”.

Nel Mondo Nuovo siamo in un lontano futuro, nell’anno A. F. 632: è iniziata infatti da qualche secolo la numerazione dell’anno di Ford, il fondatore dell’ultimo Stato perfetto, lo Stato Mondiale. La potente tecnologia di questo mondo provvede alla fecondazione artificiale degli individui, divisi gerarchicamente in categorie fisse, immutabili, funzionali alle diverse attività richieste dal sistema produttivo: gli Alfa, i Beta, i Gamma, i Delta, gli Epsilon. Le prime due categorie rappresentano le classi dirigenti della nuova società, le altre tre sono classi subalterne, destinate alle attività lavorative manuali. Ogni gruppo è dotato di un grado di sensibilità e di discernimento corrispondente alle prestazioni da svolgere, per cui alle prime due è garantito soprattutto un buon funzionamento cerebrale, alle altre un perfetto sviluppo muscolare. Le principali regole di questa società sono: l’efficienza produttiva, la continua domanda consumistica degli individui, l’eterna giovinezza, l’esonero dalla riflessione, dalla fede e dalla responsabilità personale, l’insegnamento tecnologico e ideologico praticato attraverso l’ipnopedia e sistemi di ripetizione via radio di incessanti messaggi pubblicitari. Lo Stato Mondiale provvede inoltre alla somministrazione generale di una droga, il soma, con cui gli individui raggiungono un completo rilassamento della tensione cerebrale e muscolare, raggiungendo un perfetto stato di estasi. Tuttavia, la lineare dimensione del Mondo Nuovo viene sconvolta in seguito ad un viaggio nella Riserva dei Selvaggi, i cui protagonisti sono Bernardo Marx, un Alfa plus e Lenina Crowne, un Alfa normale. I due giovani infatti, durante questo viaggio ai confini della loro terra, conoscono John il Selvaggio, il quale nutritosi dall’infanzia delle opere di Shakespeare, cercherà di svelare a Bernardo e Lenina il carattere fittizio, superficiale e deformante della vita che si conduce nel Mondo Nuovo, mettendone in crisi il sistema valoriale di riferimento.

Lo scenario raffigurato da Huxley solleva alcuni interrogativi in riferimento al processo di  trasformazione in corso nella moderna società industriale già a partire dalla prima metà del xx secolo: cos’è la libertà? Può l’uomo, nella società industriale e capitalistica, definirsi veramente libero? Si può essere vittima di un totalitarismo del pensiero e della mente pur percependo di vivere liberamente?. Nello stesso tempo sono individuati i pericoli dell’efficientismo, della burocrazia, del consumismo e i loro meccanismi repressivi della quantificazione dei principi vitali, dell’autoritarismo di stato, dell’imbonimento pubblicitario insiti in un meccanismo produttivo e economico impersonale e totalitario.

Nel Mondo Nuovo di Huxley gli individui vivono in un eterno benessere materiale e mentale, cullati in una dimensione di perpetua felicità, dove qualsiasi ostacolo è stato eliminato e appianato dalla dirigenza governativa. É proprio questa la forza del potere dominante: produrre artificialmente la felicità agli individui, offrirgliela già confezionata in una pillola di soma, costruire per loro uno stato all’apice dell’efficienza economica e della ricchezza. Nello stesso tempo la dimensione interiore del singolo è dominata attraverso l’assuefazione ai valori di un capitalismo tirannico impersonato dal culto di Ford. Assecondato nei suoi istinti primari e più bassi, come la fame, il desiderio sessuale privo di sentimento, la diffidenza verso ogni elemento non omologato all’ordine costituito, l’uomo è narcotizzato, la sua linfa vitale è risucchiata da una martellante attività pubblicitaria, da una reiterata campagna di comunicazione che, per l’“interesse dell’industria”, gli instilla e incorpora un’irrefrenabile e irrazionale tendenza al consumismo. «É meglio buttare che aggiustare. Più sono i rammendi e minore è il benessere, più sono i rammendi e minore è il benessere»; «è meglio buttare via che aggiustare, è meglio buttare via che aggiustare»; «mi piacciono i vestiti nuovi, mi piacciono i vestiti nuovi»: queste alcune delle frasi che affollano la testa di Lenina, la protagonista femminile del romanzo, frasi al cui ascolto è stata sottoposta fin dal suo concepimento in provetta e abituata per tutta la vita attraverso interminabili cicli di ipnopedia.

Il benessere economico, lo stato di perenne salute fisica, l’illimitata ricchezza materiale, la massima efficienza dell’apparato amministrativo e infrastrutturale, di cui possono, anzi devono, godere i cittadini del Mondo Nuovo, sono gli strumenti essenziali con cui l’oligarchia al potere controlla, manipola e dirige le masse, assicurandosi nello stesso tempo l’impossibilità di qualsiasi tentativo di sovvertimento dell’ordine costituito. Infatti alla base dello sviluppo del Mondo Nuovo vi è una perversa forma di baratto: il benessere e l’equilibrio della collettività, nella sfera economica e in quella intima, sono ottenuti e mantenuti sopprimendo ogni forma di pensiero indipendente, strozzando lo slancio dello spirito, cancellando i presupposti per il sentimento critico e analitico. L’annichilimento dell’individuo è dunque raggiunto immergendolo in una dimensione sociale in cui tutte le risorse sono impiegate per la soddisfazione dei bisogni vitali senza percepire alcuna fatica, dove il tempo libero dei cittadini è perennemente occupato con distrazioni musicali, olfattive e visive, pianificate dal governo e veicolanti messaggi di omologazione al sistema e incitamento al consumo. La felicità nel Mondo Nuovo è identificata con lo stato di assenza di dolore, turbamento e disordine, nell’eterna salute e bellezza del corpo, nella stabilità della ricchezza economica. Ogni ingranaggio esiste teleologicamente per questo modello di felicità. Gli opposti sono stati livellati, le differenze annullate, non esiste più un principio “negativo” la cui presenza è necessaria per il germogliare del suo opposto; la dialettica dolore-piacere, fatica-soddisfazione, scoraggiamento-entusiasmo è stata mutilata a favore di un unico termine di confronto. Solo uno stato di monotona, piatta e ripetitiva falsa felicità. Il carattere menzognero di questa felicità si rivela infatti nella sua essenza: in cosa consiste? Come può nascere? I governanti del Mondo Nuovo sono consapevoli della complessità e profondità del problema: sanno bene che spesso questa felicità consiste in un processo dinamico, nella capacità dell’individuo di dare ordinare al caos, di sanare la crisi, attualizzando le sue doti razionali, tecniche e sentimentali, agendo sul mondo per cambiarlo e plasmarlo seguendo la stella polare dei suoi ideali. Il disordine, il momento distruttivo, l’agente negativo sono quindi parti fondamentali della realtà, necessarie, ineliminabili per l’espressione della libertà dell’uomo. Se da una parte dunque il male, in tutte le sue declinazioni, è giusto faccia parte della dimensione di ciascuno individuo, dall’altra, una delle vie per spegnere la tensione umana a confrontarsi con esso,   è eliminarlo: esiliare dalla vita degli individui il dolore, la tristezza, la paura, la malattia, la vecchiaia, la solitudine. Particolarmente significative le parole che si scambiano, alla fine del romanzo, il Selvaggio John e Mustafà Mond:

«Mio caro, giovane amico» disse Mustafà Mond «la civiltà non ha assolutamente bisogno di nobiltà e di eroismo. Queste cose sono sintomi d’insufficienza politica. In una società convenientemente organizzata come la nostra nessuno ha delle occasioni di essere nobile ed eroico. Bisogna che le condizioni diventino profondamente instabili prima che l’occasione possa presentarsi. Dove ci sono guerre, dove ci sono giuramenti di fedeltà condivisi, dove ci sono tentazioni a cui resistere, oggetti d’amore per i quali combattere o difendere, là certo la nobiltà e l’eroismo hanno un peso. Ma ai nostri giorni non ci sono guerre. La massima cura è posta nell’impedirci di amare troppo qualsiasi cosa. Non c’è nulla che rassomigli a un giuramento di fedeltà collettiva; siete condizionati in modo tale che non potete astenervi dal fare ciò che dovete fare. E ciò che dovete fare è, nell’insieme, così gradevole, un tal numero di impulsi naturali sono lasciati liberi di sfogarsi, che veramente non ci sono tentazioni alle quali resistere. E se mai, per mala sorte, avvenisse in un modo o nell’altro qualche cosa di sgradevole, ebbene, c’è sempre il soma che vi permette una vacanza, lontano dai fatti reali. E c’è sempre il soma per calmare la vostra collera, per riconciliarvi con i vostri nemici, per rendervi paziente e tollerante. Nel passato non si potevano compiere queste cose che facendo grandi sforzi e dopo anni di penoso allenamento morale. Adesso si mandano giù due o tre compresse di mezzo grammo, e tutto è a posto. Tutti possono essere virtuosi, adesso. Si può portare addosso almeno la metà della propria moralità in bottiglia. Il Cristianesimo senza lacrime, ecco cos’è il soma.».

«Ma le lacrime sono necessarie. Non vi ricordate ciò che dice Otello? “Se dopo ogni tempesta vengono tali bonacce, allora che i venti soffino sino a che abbiano risvegliato la morte!” C’è una storia che usava raccontarci uno dei vecchi Indiani sulla Ragazza di Matsaki. I giovanotti che desideravano sposarla dovevano passare una mattina a zappare nel suo giardino. La cosa sembrava facile, ma c’erano delle mosche e delle zanzare, tutte stregate. La maggior parte dei giovani non poteva assolutamente sopportare i morsi e le punture. Ma colui che ci riusciva, otteneva in premio la ragazza».

«Graziosa! Ma nei paesi civili» disse il Governatore «si possono avere delle ragazze senza zappare per loro; e non ci sono mosche o zanzare che vi pungono. Ce ne siamo sbarazzati già da secoli».

Il Selvaggio assentì, accigliato. «Ve ne siete sbarazzati, già è il vostro sistema. Sbarazzarsi di tutto ciò che non è gradito, invece di imparare a sopportarlo. Resta a sapere se è spiritualmente più nobile subire i colpi e le frecce dell’avversa fortuna, o prendere le armi contro un oceano di mali e opporsi ad essi sino alla fine. Ma voi non fate né l’una né l’altra cosa. Voi né sopportate né affrontate. Abolite semplicemente i colpi e le frecce. É troppo facile». […] «Ciò che vi abbisogna» riprese il Selvaggio «è qualche cosa che implichi il pianto, per cambiare. Nulla costa abbastanza, qui». […] « “Esporre ciò che è mortale e indifeso al caso, alla morte e al pericolo, fosse pure un guscio”. Non è qualche cosa questo?» Domandò guardando Mustafà Mond. «Anche astraendo Dio; e tuttavia Dio ne costituirebbe pur sempre una ragione. Non è qualche cosa vivere pericolosamente?». «É molto» rispose il Governatore. «Gli uomini e le donne hanno bisogno che si stimolino di tanto in tanto le loro capsule surrenali». «Cosa?» Fece il Selvaggio che non capiva. «É una delle condizioni della perfetta salute. É per questo che abbiamo reso obbligatorie le cure S. P. V. » «S. P. V.?» «Surrogato di Passione Violenta. Regolarmente, una volta al mese, irrighiamo tutto l’organismo con adrenalina. É l’equivalente fisiologico completo della paura e della collera. Tutti gli effetti tonici dell’uccisione di Desdemona e del fatto che è uccisa da Otello, senza nessuno degli inconvenienti» «Ma io amo gli inconvenienti»«Noi no» disse il Governatore. «Noi preferiamo fare le cose con ogni comodità. Ma io non ne voglio di comodità. Io voglio Dio, voglio la poesia, voglio il pericolo reale, voglio la libertà, voglio la bontà. Voglio il peccato». «Insomma» disse Mustafà Mond «voi reclamate il diritto di essere infelice». «Ebbene, sì». Disse il Selvaggio in tono di sfida «io reclamo il diritto d’essere infelice. Senza parlare del diritto di diventare vecchio e brutto e impotente; il diritto d’avere la sifilide e il cancro; il diritto d’avere poco da mangiare; il diritto d’essere pidocchioso; il diritto di vivere nell’apprensione costante di ciò che potrà accadere domani; il diritto di prendere il tifo; il diritto di essere torturato da indicibili dolori d’ogni specie». Ci fu un lungo silenzio. «Io li reclamo tutti disse il Selvaggio finalmente». Mustafà Mond alzò le spalle. «Voi siete il benvenuto» rispose. La trama del reale è stata drasticamente assottigliata per gli abitanti del Mondo Nuovo, i colori annullati. Ad un altro, e lontanissimo, universo culturale sembra ormai appartenere il motto eschileo del pathei mathos, dell’insegnamento attraverso il dolore. L’incitamento alla virtù, al Valore, la capacità di produrre ideali, l’orgoglio e la consapevolezza dell’altezza morale dell’uomo, che gli antichi Greci facevano derivare dalla sua capacità di re-agire difronte ad uno stato di mancanza e privazione, privazione prima di tutto materiale e concreta, non hanno ragione d’esistere ormai. L’uomo prometeico è stato ridotto allo stato di umanoide, ecco dunque che al suo più nobile antenato, Prometeo, non resta che ripiegarsi su se stesso e volgere lo sguardo alla rupe alla quale è incatenato.